AA. VV. – No New York

Emanuele Giaconi 11 gennaio 2012 0

Etichetta: Antilles – Lilith / Anno: 1978 / Genere: No Wave, Post-Punk

Alla fine degli anni ’70 e quasi in contemporanea con la nascita del fenomeno Punk in Inghilterra nasceva già la grande New Wave e il Post-Punk. E negli Stati Uniti come si reagì? Nessun problema, per gli americani: la risposta era infatti già pronta, e si chiamava No Wave. La sede indiscutibile del movimento era New York, e il grande guru era un biondino che ha fatto la storia della Musica: Enzo Paolo Turchi. No, sto scherzando, era il grande Brian Eno, amico a quei tempi di personaggi talentuosi e schizzati, geniali ma autodistruttivi, insomma, di rocker veri, con pregi e difetti da amare/odiare.

Eno nel 1978 decise di unire intorno al proprio carisma una manciata di band della scena No Wave newyorchese in modo da lasciare ai posteri almeno un documento sonoro unitario di quelli che furono quei tumultuosi anni nella Grande Mela. Dopo aver visionato diverse band e aver convinto la Island a concedere la sotto-label Antilles per la produzione del disco, scelse 4 gruppi, cui sarebbe toccato lo spazio di 4 brani ciascuno in questa fondamentale compilation che prese il nome di “No New York”. Contortions, Teenage Jesus And The Jerks, Mars e D.N.A.: questi i 4 seminali raggruppamenti di folli artisti newyorchesi che hanno dato vita al disco (permettetemi però di citare, tra gli “scartati”, almeno i Boris Polish Band, che impiegavano per cantare uno di quei microfoni da sbirri che si usa(va)no per farsi le chiamate tra una pattuglia e l’altra).

Come accennato fu la Antilles a produrre inizialmente il disco, ma non si può non citare la Lilith, che l’ha poi ristampato e l’ha reso disponibile anche nei decenni successivi, sebbene la compilation non sia mai stata di troppa facile reperibilità (ancora mi chiedo il motivo per cui la copia che ho io ha tutto l’artwork in cirillico…). Venendo alla struttura del disco, in apertura abbiamo i Contortions, composti da ben 6 membri, tra cui uno, Adele Bertei, che suona un acetone organ. Il sestetto suona qui una No Wave coi fiocchi, fatta di suoni striscianti, ammiccanti; il buon James Chance canta e suona il sax come un dio in acido; i suoi compagni creano melodie a metà strada tra Funk e Punk, riuscendo in tutte e 4 le canzoni a risultare ottimi. Menzione d’onore per “Flip Your Face“, che nientepopodimeno che Steve Albini ha definito la sua canzone preferita di sempre (questa non la sapevate, eh?).

Dei Teenage Jesus And The Jerks cosa si può dire? Innanzitutto che sembrano dei pazzi autentici… E poi che sebbene offrano spunti interessanti sono la band meno fruibile del disco. Lydia Lunch, qui in una delle sue prime apparizioni, non è che canti; emette un ronzio scarnificante, insofferente, diabolico. Suona la chitarra e urlicchia testi tipo “la personalità giù per lo scarico / dopo tutto chi ha bisogno di un cervello“, e i suoi due cavalieri-accompagnatori (Gordon Stevenson suona il basso, Bradley Field la batteria) non è che sembrino voler raddrizzare il tiro, ma anzi aumentano il caotico sound di questa band con una sezione ritmica micidialmente ridotta all’osso. Da segnalare il pezzo “Red Alert“: dura 35 secondi ed è solo strumentale.

I Mars propongono invece una formazione “classica” a 4: Summer Crane voce e chitarra; Mark Cunningham basso e voce; China Burg chitarra e voce; Nancy Arlen alla batteria. Suonano una No Wave cacofonica e martellante. “Hairwaves” è il pezzo più stralunato e lento, “Tunnel” quello più zeppo di caotici rumori di sottofondo. “Helen Fordsdale“, suonato come primo pezzo, è in fondo il più accessibile.

Piazzati in fondo alla compilation da Brian Eno, i D.N.A. sono tra i leader indiscussi del movimento newyorchese e quelli che in questo album risultano i più equilibrati e forse i più capaci di armonizzare i suoni non convenzionali del genere con l‘ascoltabilità che tanti fruitori musicali richiedono. Le tre menti all’opera nei D.N.A. sono quelle di Arto Lindsay, Ikue Ille e Robin Crutchfield, tutti artisti dotati di gran talento, talento che infatti ha permesso loro di cercare (e di trovare) soluzioni alternative anche quando l’esperienza D.N.A. si è conclusa. Tra i loro brani, “Egomaniac’s Kiss” e “Lionel” sono autentici classici (se tale parola può essere usata per descrivere i brani di un genere che è tutto meno che decifrabile con parole usuali…).

In conclusione, “No New York” è un album seminale e importantissimo. Inutile che chi ha storto la bocca dopo il suo ascolto faccia finta che non sia un disco fondamentale, perché i tanti amanti di roba come Sonic Youth, Nirvana, Jesus Lizard, e chissà quante altre band che si sono mosse tra le radure dell’Alternative Rock macchiato di Noise e Post-Punk dovranno un giorno ammettere che la No Wave ha fatto da grande trampolino di lancio per tanti filoni della sperimentazione (marcia) di certo Alt. Rock americano e non solo. Quindi questo disco, in qualche modo, procuratevelo; se non lo trovate nei negozi in patria, fatevelo spedire dall’Inghilterra, o andate a chiedere ad Arto Lindsay se ha ancora una copia da darvi. Quando poi lo avrete finalmente ascoltato, piazzatelo tra i dischi che contano della vostra collezione.

VOTO 8,5

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