Have A Nice Life – Deahtconsciousness

Emanuele Giaconi 26 settembre 2012 0

Etichetta: Enemieslist / Anno: 2008 / Genere: Sperimentale, Shoegaze, Noise Rock, Industrial, Gothic

Gli Have A Nice Life e il loro “Deahtconsciousness” (diviso in due e composto da “The Plow That Broke The Plains” e da “The Future”) sono probabilmente l’esperienza artistico/musicale più bella che abbia vissuto tra quelle possibili negli anni ’00. Qualcosa di estremamente diverso rispetto a ciò che sono abituato a scoprire, ad ascoltare, ad analizzare. Non è solo musica + testi e concetti, ma è ben altro. Qualcosa che sta più in su, qualcosa che si avvicina all’aura della filosofia, che gli corre di fianco. Teologia musicale, se l’espressione non è troppo antipatica. “Deahtconsciousness” è un album che ha avuto una gestazione lunga diversi anni (ben 5), che è diventato subito leggenda visto che si è inizialmente diffuso solo con un passaparola via mail (e visto che solo via mail si poteva chiedere al gruppo) e dato che un professore universitario si è dedicato ad un’analisi tra i banchi di scuola della figura di Antiochus (religioso italiano del XIII secolo che fa da argomento-perno del disco), producendo un book poi messo assieme all’artwork dalla band, come a sancire con un manualetto la nascita di un culto o di una nuova materia di studio; un album che ha rappresentato per i due musicisti che gli hanno dato la vita (Dan Barret e Tim Macuga) un’esperienza unica e forse mai più riproponibile. Non sono nemmeno musicisti, a dirla tutta, ma demiurghi della Musica con la “m” maiuscola, capaci di creare qualcosa che travalica i normali canoni stilistici, di genere, di tematiche, di atmosfere dalle quali prendere la linfa per produrre nuova Musica. I due Have A Nice Life, per produrre questo album, si sono presi una pausa dalle normali attività, una pausa dalle proprie band, una pausa addirittura dalla vita. Si sono messi in cammino verso gli inferi per sentire l’odore della morte, per poi risalire tra chi vive ma con un pezzo di cuore rimasto nell’oscurità e nell’oblio. Hanno compiuto un viaggio lacerante e immenso, che ha portato come frutto 13 canzoni da intagliare nell’anima, la loro e la nostra. 13 lunghi momenti di un’intimità assoluta e unica, tagliente come lame nello stomaco e vivida come un ricordo brutto che ci ha segnato. Aria di morte, aria di vita. Due facce di una stessa medaglia che in questo caso mostra perlopiù (per non dire quasi esclusivamente) la faccia più tragica dell’esistenza, non per sminuire la parte più lucente ma per evidenziare l’immensità incomprensibile della fine cui tutti andiamo incontro.

7 tracce per “The Plow That Broke The Plains”, 6 per “The Future”, continuum inevitabile della prima parte dell’opera. Non esiste una descrizione adatta per definire il genere musicale in questione; è Post-tutto il sound degli HANL. C’è il sogno Shoegaze, la raffinatezza Dream-Pop, l’oscurità Dark-Wave, l’affilatezza Post-Punk, la tracotanza violenta Noise-Rock, la marzialità Industrial. E molto altro. Il rumorismo, il minimalismo, la Drone music e, inevitabilmente, un’atmosfera che deve qualcosa a quel Black Metal misto a Dark e Gothic che i due Have A Nice Life tanto amano e tanto hanno suonato in esperienze passate. Se “Waiting For Black Metal Records To Come In The Mail” è il pezzo più umano e terreno, tutto ciò che gli gira intorno non è di questo mondo, a partire dal lento senso di pace definitiva che si porta addosso l’apripista “A Quick One Before The Eternal Worm Devours Connecticut” per poi arrivare, più avanti, a “Holy Fucking Shit: 40.000”, che porta ad incontrarsi sulla luna, in un turbine di Folk elettronico, dei Blur e dei Radiohead che a metà brano si fanno rumorosamente vorticosi e percorrono vie inconsuete. Tutti i brani sono lunghi ma compatti e ammalianti; non c’è mai spazio né tempo per tornare alla realtà: o si sta dentro al disco o se ne sta fuori, proprio come se dovessimo scegliere tra due mondi paralleli non comunicanti e che mai potranno entrare in accordo, nemmeno se tutta la tecnologia e l’elettronica paventata nel brano “The Future” potesse essere convertita da alchimia musicale in strumento umano atto ad armonizzare. “Deep, Deep”: matrice Noise-Rock che porta i Tar degli anni ’90 molto avanti nel tempo, in territori che hanno superato definitivamente (anche) il Post-Hardcore e che ripescano follie da tastiera per riempire tutte le caselle possibili del cruciverba spettrale che gli Have A Nice Life si sono sottoposti. 5 minuti sopra, oltre (forse) ogni livello di bravura percepito nell’underground musicale attuale. Bravura che ha anche modo di farsi maestria innata con uno dei migliori pezzi degli ultimi dieci anni, quel “Bloodhail” venuto da un’altra dimensione che verte su un basso granitico e spietato, su una voce delicata ed effettata che ci chiama dall’oltretomba e sulle linee di una chitarra simboleggiante l’ultima speranza di salvezza in un mondo alla fine. Profondità, sofferenza, reazione: queste le tre parole chiave per capire gli Have A Nice Life, alieni sperimentali venuti per filtrare in Musica tutte le sensazioni tristi umane, per poi farle esplodere, mettendole alla berlina, con perle come “I Don’t Love” o “The Big Gloom”, pezzo non confrontabile con niente.

Hanno preso la sofferenza, gli HANL, l’hanno affrontata senza ipocrisie e ci sono passati in mezzo, sapendo che avrebbero portato addosso i segni del passaggio forse per sempre. Hanno fatto qualcosa di immenso e di viscerale, di estremamente “alto”. Ecco la scelta della copertina, un particolare de “La morte di Marat” di Jacques-Louis David. Ed ecco la chiusura del loro capolavoro affidata agli undici minuti e mezzo di “Earthmover”, capace di portarsi via tutto con sé e di porre la parola fine all’album come ben pochi altri pezzi hanno saputo fare in altri dischi della storia musicale recente. Imperdibile, imprescindibili.

VOTO 9

Sito Enemieslist
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