Jaks – Here Lies The Body Of Jaks

Giorgio Kioussis 5 maggio 2012 0

Etichetta: Three One G Records / Anno: 1993 / Genere: Gothic, Post-Punk

Ann Harbour, Michigan, la città che diede i natali ad una delle band più influenti del rock: The Stooges. Ma non ci frega, ora parliamo dei Jaks. Se riuscite ad immaginare demoni mestruali che suonano musica distorta allora ci siamo, siete pronti a subire uno scombussolamento ormonale da parte di questi nostri amici.
Abbiamo a che fare con musica davvero “pesante”, ma non tanto per una questione di velocità o di distorsioni (anche se non disdegnano entrambe), ma proprio per espressione sincera perciò inquietante di quell’aggettivo ahimè abusato in maniere orribili (lo dico? Lo dico): l’essere “Goth”. E non intendo l’immaginario annacquato di band come i Cure, ma più precisamente quello stato di inquietudine espresso alla perfezione da band come The Birthday Party o Swans dell’album “Filth”.
Non si può proprio dire che i Jaks abbiano avuto una carriera longeva, dato che è durata dal 1993 al 1995, dandogli modo di pubblicare soltanto un paio di ep per case discografiche oscure ( c’è però da dire che uno di questi, ovvero “Hollywood Blood Capsules” è stato prodotto dal capoccia dei Big Black Steve Albini, il che, oltre che semplice constatazione, è anche un punto a favore), per poi essere condensati in questa raccolta curata e pubblicata dal trita-carne del Punk-Hardcore-Noise “made in San Diego”, ovvero la Three-one G Records di Justin Pearson.

Ma ora passiamo ad un’analisi prettamente musicale del disco.
Carnation“: chitarre alla Rowland S. Howard nei momenti di alienazione da droga peggiori, linee di basso con martellamenti ripetitivi come nella migliore tradizione New-Wave, che segue zompettando i ritmi scomposti della batteria. Ma soffermiamoci sul cantato, che personalmente mette ansia: non ho mai sentito una donna cantare così; posso ripetere il termine “demone mestruale”? Oppure preferite “vampiro sotto steroidi”? Sta di fatto che tutto ciò mi manda in brodo di giuggiole.

Il resto dell’album procede sulla stessa linea sonico-distruttiva, portandoci avanti sempre più in un baratro di bat-caves di lesbiche sanguinolente, bisteccherie pulp e sadomasochismo. Episodi esemplari di brutalità e assalto sonoro si hanno in “Cock Of The Walk” dove gli strumenti diventano strumenti più adatti alla tortura e il cantato la testimonianza in diretta di una cabina di pilotaggio di un volo di linea durante una delle peggiori esperienze di viaggio immaginabili. In “Del Chimney’s” sembra chiara l’intenzione di suonare un incidente autostradale, con tanto di breakdowns con chitarre che imitano i clacson.
Tregue non ne concedono, se non forse per il giro di chitarra un po’ “Pop-Punk” (usando molta fantasia) di “Bomb Pop“.

Complessivamente, se proprio vogliamo stilare una lista di artisti da associare come chiare influenze, si parte chiaramente dai licantropici Birthday Party, soprattutto per l’uso innovativo dei ritmi e per le tematiche truci, Antioch Arrow, Jesus Lizard, e personalmente direi anche i semi-sconosciuti Art Bears, soprattutto nella canzone “Freedom”. Puntualizzando che non si tratta di un album che si lascia ascoltare dolcemente, come d’altronde niente che sia mai uscito per la Three-One-G, io ritengo che i Jaks si meritino il giusto riconoscimento per aver lo sforzo di creare sonorità così sinistre ed energiche senza risultare riciclati e ridicoli come una buona percentuale delle band “Goth” di questi ultimi vent’anni.

VOTO 7,5

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