The PotT – To Those In The Eyes Of God

Alice Santaniello 3 luglio 2012 0

Etichetta: Sinusite Records / Anno: 2011 / Genere: Industrial, Stoner Rock

To Those In The Eyes Of God” dei torinesi PotT è un’ottima sintesi dei suoni odierni: un album potente e aggressivo come il puro stoner rock, sufficientemente elettronico da essere “futuristico”, tanto industriale da essere “postmoderno” e altrettanto malinconico e decadente da rispecchiare la paranoia e la nevrosi dell’uomo del ventunesimo secolo.

Questo album, firmato Sinusite Records, è un lavoro sofisticato e ben curato: nove brani completi e colmi di influenze sonore che si intrecciano, si ricamano l’una dentro l’altra e si fondono in un unicum di poco più di trenta minuti.
Si parte dalla tanto esplosiva quanto scostante open track “The Hollow” dal sapore maynardiano, per passare a pezzi alternative-rock più accattivanti, quasi mainstream, come “Showing Muscles” e “Sick” (quest’ultima ha un “retrogusto Placebo”), a brani come “Intimacy” e “In This Hole” che omaggiano chiaramente Trent Reznor e i suoi Nine Inch Nails, allo stoner più corrosivo di “The Lost Art Of Pretending“ , per dare spazio all’unico brano in italiano “Alice” (una “filastrocca” arrabbiata) e concludere il tutto con la più dilatata e atmsoferica “SBV“.

Si tratta di un album che, per essere un esordio, dimostra senza dubbio una notevole maturità artistica da parte dei componenti del gruppo; non è un album di facile ascolto, perché non immediato, ma è proprio questa la preziosità del lavoro e della band in questione. “To Those In The Eyes Of God” lascia il segno, si imprime nelle nostre orecchie, fin troppo anestetizzate e abituate a lavori sempliciotti e superficiali, e sfonda il muro dell’indifferenza e della banalità.
Difficile rimanere indifferenti all’impatto tanto urgente e viscerale, quanto artificiale e artificioso di questo quintetto tutto italiano che sputa fuori disgregazione, rabbia, “mal di vivere” e realismo. Un sound e una scrittura che rivelano una sofferenza urlata che talvolta si trasforma in invettiva contro le strutture della società, talvolta si fa più strozzata e intima e talvolta sfocia in vero e proprio nichilismo e alienazione.
E i suoni labirintici e soffocanti e le atmosfere oscure e nere del rock industriale nella decostruzione e manipolazione dei suoni e delle ritmiche e, soprattutto, nella violenza liberatoria, sono l’involucro perfetto per contenere frustrazioni e tormenti personali.

VOTO 7,8

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