The Templars – The Return of Jack de Molay

Emanuele Giaconi 21 aprile 2012 0

Etichetta: GMM Records / Anno: 1993 / Genere: Oi!, Punk

In quel vasto sottobosco che è sempre stato lo Street-Punk, meglio noto come Oi!, fatto di teste rasate, Bomber (Alpha, magari) e anfibi ai piedi, di produzioni musicali di ottima fattura e che hanno avvicinato tanti ragazzi alla scena ce ne sono state parecchie, soprattutto tra la fine degli anni ’70 e la metà degli ’80. Si pensi al seguito ottenuto da band del calibro di Sham 69, The Oppressed, The Last Resort, Cockney Rejects, The Business, 4 Skins e tanti altri. Ma il Punk-Oi! non è morto negli Eighties, sebbene tanti puristi ritengano che le esperienze musicali successive siano state dei beceri scimmiottamenti della scena originale, che nel frattempo si era spaccata a causa delle prese di posizione politica, che avevano allontanato tanti vecchi amici, in barba ai criteri del “No politica tra di noi” portati avanti da tanti Skin, creando spesso il bisogno di fronteggiarsi nelle strade e facendo nascere i vari filoni S.H.A.R.P. (Skinhead Against Racial Prejudice), R.A.S.H. (Red and Anarchist Skinhead) e i gruppi di Bonehead, ossia i naziskin che idolatrano il così detto “White Pride”.

Chiaramente per poter affermare che del buon Oi! è stato fatto anche dopo gli anni d’oro della scena serve essere andati a scavare un po’ a fondo nelle produzioni degli anni ’90, certamente meno importanti, in generale, di quelle del decennio precedente ma che talvolta possono offrire ottime sorprese. I Templars si sono inseriti proprio tra quelle pieghe dell’underground novantiano, ottenendo non certo il successo e la fama di certi famosi predecessori, ma dando vita ad un progetto musicale fatto di passione e credibilità proprio come ce ne sono state in alcune esperienze portate avanti dai padrini della scena. Questa band, che nella sua carriera iniziata nel 1991 ha dato alle stampe finora 6 album, vari EP, split e 7”, è riuscita a creare un sound alquanto particolare, dato che, sebbene sia nata come detto anni dopo rispetto alle famose band sopracitate e sebbene provenga da tutt’altre zone rispetto ai gruppi Skin inglesi (l’origine infatti è New York City), i dischi dei Templars sembrano uscire direttamente dai primi gloriosi anni ’80 della scena Oi! britannica; il che non va inteso come tentativo di ricopiare i pezzi grossi, ma come un punto estremamente a favore di questi americani, che sono riusciti ad allinearsi sui vecchi canoni dello Street-Punk riportando su livelli alti un sound che via via si stava svuotando di qualità e valori.

Sebbene per i live il gruppo abbia sempre deciso di avvalersi di ulteriori musicisti (comprensibilmente!), nelle registrazioni in studio sono solo due i protagonisti fissi: Carl Templar (Carl Fritscher), che suona basso, chitarra e canta, e Phil Templar (Phil Rigaud), batterista nero (caso abbastanza unico in una scena talvolta funestata dal razzismo), importante nella scena Punk newyorchese anche per la sua attività di dj (di quelli che usano rigorosamente i vinili) e per aver militato anche in una manciata di altre Punk band. Come terzo componente per le registrazioni talvolta è intervenuto Don Templar (Don Gurle). L’album “The Return of Jack de Molay” fu prodotto tra il 1993 e il 1994 e rappresenta l’esordio sulla lunga distanza della band, che al tempo aveva già stampato solo qualche 7”. É un disco fatto col cuore, pieno di richiami all’approccio Punk originario, ai valori cari alla scena Skinhead e in generale alla cultura alternativa dei sobborghi cittadini. Le tracce sono 14, tutte di gran livello. Pezzi come “The Templars”, “Pride” e “Skinheads Rule OK” avrebbero dovuto contare di più, nella scena Punk anni ’90; hanno infatti la forza di assumere il ruolo di veri e propri anthem. “New York” è poi una delle migliori tracce dedicate alla Grande Mela che abbia sentito nella musica alternativa. A farla da padrone lungo i circa 40 minuti di album è la chitarra di Carl Templar, sporca, grezza come poche e perfetta per stare in coppia con la sua voce rauca e grossa. Mi resta difficile trovare un punto debole in questo lavoro, che oltretutto riesce a non cadere mai nella monotonia, rischio sempre dietro l’angolo in un genere che si basa su pochi accordi, su pochi strumenti e che di certo non è contraddistinto da sperimentazioni particolari. Forse un punto di forza dei Templars è l’avere una buona base Rock ‘n’ Roll; a tratti infatti si possono percepire certe influenze della scena Mod e R’n’R inglese precedente e contemporanea all’avvento dei primi gruppi Punk, influenze che donano al gruppo la capacità di creare una piccola perla da piazzare in fondo al disco come “This Is Not The First Song”, che suona molto differente dalle restanti tracks di “The Return of Jack de Molay” perché a metà strada tra il Punk-New Wave e un Rock ‘n’ Roll gustoso e semplice. E la cosa interessante è che pur facendo la parte del pezzo fuori dal coro non sembra stonare per nulla.

In conclusione, “The Return of Jack de Molay” è un gran bel disco di sano e vecchio Punk stradaiolo poco conosciuto ma che avrebbe meritato forse più eco e richiamo. Non ci si faccia ingannare dal fatto che i Templars siano stati e siano tuttora degli skinhead in tutto e per tutto: la loro musica, come anche quella di tanti altri, non va collegata al sentirsi parte o meno della scena skin, ma va provata e apprezzata per la passione e per i messaggi sinceri di cui è intrisa, senza badare troppo alle categorie e alle etichette. Quindi non fatevi intimorire dall’aspetto minaccioso di questi omaccioni e affidatevi alle loro canzoni dirette e dal gran ritmo. Che poi, diciamocelo, avevano anche ragione a tenere i capelli corti e a vestirsi con jeans da duri, camicie a quadretti e anfibi ai piedi; in fondo, come ci canta Carl Templar in apertura del disco, “The Sixties Are Over”…

VOTO 8,3

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