Verdena – Requiem

Marco Neri 4 gennaio 2012 0

Etichetta: Universal / Anno: 2007 / Genere: Alternative Rock, Neopsichedelia

Giunto al quarto disco il terzetto di Albino sfodera la miglior prova su disco fino a questo momento, un album molto diverso dai tre che lo hanno preceduto.
“Requiem” è infatti un lavoro molto complicato, dove ogni brano è un mondo a sé che si amalgama perfettamente con gli altri pezzi, un mondo totalmente malato tanto che i Verdena stessi definiranno questo disco il loro “album nero”.
Quasi tutta l’opera è interamente registrata, mixata e masterizzata da Alberto Ferrari (Voce/Chitarra) presso lo studio del gruppo chiamato Henouse.
Stupisce subito la presenza di due pezzi dalla durata superiore ai dieci minuti; il primo di essi “Il Gulliver” è forse il punto più alto del disco, aperto da un intro di batteria che non può non ricordare i Led Zeppelin e pieno di continui cambi di ritmo e atmosfera.
In più di un momento i Verdena in questo pezzo assomigliano quasi ai Motorpsycho del capolavoro “Timothy’s Monster” (vedi “The Wheel” ndr.). La psichedelica gioca un ruolo fondamentale in quasi tutte le tracce come dimostra la conclusiva “Sotto prescrizione del dott. Huxley”; segni ancora più forti sono rintracciabili in un pezzo come “Non prendere l’acme, Eugenio”, che già nei titolo non manca di citare i Pink Floyd.
Certo non è ovviamente il rock psichedelico di album come “The Piper at the Gates of Down” ma si tratta di una miscela perfetta con le origni dei Verdena che erano state rimarcate nel precedente “Il suicidio dei samurai”. Ad esse si aggiunge una pesante impronta Stoner, come dimostrano pezzi come la tiratissima “Isacco Nucleare” o la urlata “Don Calisto”.
Menzione speciale in negativo per “Angie” e “Trovami un modo semplice per uscirne”, ovvero le due tracce prodotte da Mauro Pagani (PFM) presso le Officine Meccaniche.
I due brani presi singolarmente sono di grande impatto e offrono già quella cura per gli arrangiamenti che caratterizzerà il futuro “Wow”, tuttavia sono un po’ fuori tema con gli altri pezzi dell’album sia a livello di atmosfera che a livello di produzione.
Dove un pezzo come “Caños” (nonostante si distacchi molto dalle altre composizioni) con i suoi fraseggi elettroacustici riesce ad agganciarsi alla perfezione con gli altri brani per la sua atmosfera malata, le due tracce prodotte da Pagani sono molto distanti proprio per il mood che propongono.
In definitiva sicuramente l’apice di carriera della band italiana più importante degli ultimi dieci anni.

VOTO 8,5

 

 

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